La piccola Eva era distesa sull’erba vicino al ruscello, mentre osservava le onde che brillavano. Si chiedeva dove quell’acqua andasse a finire, quando sentì un suono lieve e delicato. Pensò che fosse il vento, ma non si muoveva neanche una foglia e poco dopo, tra le piccole onde, comparve una strana barchetta.
Era un mughetto: il suo lungo stelo formava l’albero della barca, mentre sulle larghe foglie tanti piccoli Elfi danzavano al suono delle sue campanelle d’argento che tintinnavano gioiosamente.
La barchetta delle Fate continuò il suo cammino fino a una roccia ricoperta di muschio. Qui si fermò e le Fate si riposarono sotto le foglie delle violette, mentre cantavano insieme alle onde danzanti.
Eva guardava con meraviglia i loro volti felici e le loro vesti colorate e, con la gioia nel cuore, anche lei si mise a cantare. Poi lanciò alcuni frutti rossi perché i piccoli potessero mangiarli.
Allora guardarono la bambina con dolcezza e, dopo aver sussurrato a lungo tra loro, due piccoli Elfi dagli occhi luminosi volarono sopra l’acqua splendente. Posandosi sui fiori di trifoglio, le dissero gentilmente: “Grazie, bambina, per la tua bontà. La nostra Regina ti chiede se vuoi venire con noi nel Paese delle Fate e imparare ciò che possiamo insegnarti.”
“Sarei felice di venire con voi, care Fate,” rispose Eva, “ma non posso salire sulla vostra barchetta. Guardate! Posso tenervi nel palmo della mia mano e sono così grande che non potrei vivere tra voi senza recare danno al vostro minuscolo regno.”
Allora gli Elfi risero e, mentre la stringevano tra le loro braccia, dissero: “Cara Eva, sei una brava bambina perché temi di fare del male a chi è più debole di te. Non puoi farci del male. Guarda nell’acqua e vedrai quello che abbiamo fatto.”
Eva guardò nel ruscello e vide una piccolissima bambina tra gli Elfi. “Ora posso venire con voi,” disse, “ma non posso più passare dalla riva fino alla roccia, perché il ruscello ora sembra un grande fiume e non ho le ali come voi.”

Ma le Fate la presero per mano e volarono oltre il ruscello. La Regina e la sua corte le andarono incontro, e tutti sembravano felici di dare un caro benvenuto alla piccola straniera. Le misero una corona di fiori sulla testa e, ben presto, sembrò che quei graziosi Elfi fossero suoi amici da sempre.
“Ora dobbiamo tornare a casa,” disse la Regina, “e tu piccola verrai con noi.”
Il delicato suono delle onde contro la barca e il dolce tintinnio dei gigli cullarono la piccola Eva nel sonno e, quando si svegliò, si trovava nel Paese delle Fate. Entrarono nel palazzo della Regina: una tenue luce rosa, simile a quella del sole al tramonto, illuminava le bianche colonne, e i fiori addormentati si chinavano con grazia sui loro steli mentre sognavano sotto morbidi veli verdi. Tutto era fresco e silenzioso, così portarono Eva fino a un letto di foglie bianche.
“Puoi guardare i colori luminosi finché la luce non svanirà, e poi la rosa ti canterà una dolce ninna nanna,” dissero gli Elfi. Mentre avvolgevano delicatamente le morbide foglie intorno a lei, la baciarono teneramente e poi si allontanarono.
A lungo restò distesa a osservare le ombre luminose e ad ascoltare il canto della rosa. Per tutta la lunga notte, sogni incantevoli attraversavano la sua mente come nuvole splendenti, mentre la rosa si chinava amorevolmente su di lei e cantava al chiaro di luna.
Al mattino si svegliò con gli Elfi. Insieme volarono verso i giardini e, ben presto, in alto tra le cime degli alberi o sotto le larghe foglie, piccoli gruppi di Elfi facevano colazione con frutta e rugiada fresca e cristallina. Mentre gli uccelli dalle ali colorate si avvicinavano senza timore beccando le stesse bacche mature e immergendo i loro piccoli becchi nelle stesse corolle di fiori, le Fate li circondavano amorevolmente con le loro braccia.
“Ora, piccola Eva,” dissero, “vedrai che le Fate non sono Spiriti oziosi, come credono i mortali. Vieni, ti mostreremo cosa facciamo.”
La portarono in una stanza graziosa. Qui giacevano molti insetti feriti e piccole creature innocue, che mani crudeli avevano colpito. Fiori pallidi e appassiti crescevano accanto a vasi colmi di erbe curative, le cui foglie fresche emanavano un tenue e dolce profumo.
Eva seguiva in silenzio la sua guida, la piccola Foglia-Rosa che, con parole tenere, passava tra i fiori delicati, versando rugiada sulle loro fragili radici e incoraggiandoli con le sue parole affettuose e il suo sorriso pieno di gioia.
Poi si avvicinò agli insetti: prima a una piccola mosca che stava in una culla di foglia.
“Soffri molto, cara Ala-Velata?” chiese la Fata. “Ti fascerò la povera zampetta e Zefiro ti cullerà fino a farti addormentare.” Così avvolse teneramente le fresche foglie intorno alla povera mosca, lavò le sue ali e le portò da bere. La mosca ronzava in segno di gratitudine e dimenticava il suo dolore mentre Zefiro canticchiava dolcemente e la rinfrescava agitando le ali.
Andarono avanti e Eva vide accanto a ogni letto una Fata che, con mani delicate e parole amorevoli, dava sollievo agli insetti sofferenti. Si fermarono vicino a un’ape, che giaceva tra i profumati fiori di caprifoglio, in un luogo fresco e tranquillo, dove soffiava la brezza estiva e le verdi foglie frusciavano piacevolmente. Eppure sembrava non trovare pace e si lamentava del dolore che doveva sopportare. “Perché devo restare qui, quando le altre api sono là fuori, nei campi luminosi a godere la luce del sole e l’aria fresca, mentre mani crudeli mi hanno condannato a questo luogo scuro e al dolore amaro anche se io non ho fatto nulla di male? Trascurata e dimenticata, devo restare qui tra queste povere creature che pensano solo a se stesse. Vieni da me Foglia-Rosa, e fascia le mie ferite, perché io sono di sicuro più utile di un uccellino ozioso o di una mosca.”
Allora, mentre la Fata lavava l’ala ferita, disse:
“Fiore-d’Amore, non dovresti lamentarti. Possiamo trovare la felicità cercando di essere pazienti anche quando soffriamo. Non ti dimentichiamo e non ti trascuriamo ma gli altri hanno più bisogno delle nostre cure. Guarda accanto al tuo letto. Questa piccola colomba ha sofferto un dolore più forte del tuo e tutte le nostre cure non potranno mai alleviarlo; eppure, in tutti i lunghi giorni in cui è stata qui, non ha mai detto una parola scortese né si è mai lamentata. Ah, mia cara Ape, questo dolce uccellino può insegnarti una lezione e tu diventerai più saggia.”
Poi una voce debole sussurrò: “Piccola Foglia-Rosa vieni subito, altrimenti non potrò mai ringraziarti abbastanza per tutte le tue amorevoli cure.”
Si avvicinarono al letto dell’ape scontenta, dove giaceva la colomba che guardava la Fata con i suoi occhi gentili e riconoscenti.
“Cara Fata, per tutto quello che hai fatto, posso solo ringraziarti e dirti addio.”
Poi le ali rimasero immobili e la piccola colomba era ormai senza vita. L’ape non ronzava più, e la rugiada dei fiori cadeva come lacrime intorno al suo letto silenzioso.
Con aria triste, Foglia-Rosa portò via Eva, dicendole: “Stanotte Cuore-di-Giglio avrà una tomba sotto i nostri fiori più belli. Così vedrai come qui, nella Terra delle Fate, la dolcezza e l’amore sono molto più preziosi dell’oro o della bellezza. Andiamo ora al Palazzo dei Fiori e ammira la Corte delle Fate.”
Eva entrò in una sala enorme e si fermò vicino al trono, incantata dalle splendide figure che la circondavano.
All’improvviso la musica diventò più forte e più dolce, e le Fate si inginocchiarono e chinarono il capo mentre la Regina avanzava tra la folla dei suoi sudditi devoti e l’aria si riempiva di voci che cantavano per darle il benvenuto.
Con la bambina al suo fianco, disse: “Piccola Eva, ora vedrai come sbocciano splendenti i fiori della tua grande terra. Ogni giorno, dal Paese delle Fate, parte un gruppo di piccoli giardinieri pieni d’amore per prendersene cura e vegliare su di loro, affinché nessun male possa colpire i dolci spiriti che dimorano sotto le loro foglie. Questo rimane un segreto perché, come ogni bene, è invisibile agli occhi dei mortali e solo un cuore puro come il tuo può conoscerlo.”
La piccola Foglia-Rosa disse a Eva: “Vieni a vedere dove impariamo a leggere le storie scritte sulle foglie dei fiori, il dolce linguaggio degli uccelli e tutto quello che può rendere il cuore di una Fata più saggio e più puro.”
Poi arrivarono in un luogo pieno di gioia, dove c’erano tanti gruppi di fiori: tra le loro foglie c’erano i piccoli Elfi che imparavano dai loro libri di fiori tutto quello che le mani delle Fate avevano scritto. Alcuni studiavano come prendersi cura dei teneri boccioli, quando esporli alla luce del sole e quando ripararli dalla pioggia; come proteggere i semi che maturavano, quando posarli nella terra calda oppure affidarli al vento dell’estate, perché li portasse verso colline e valli lontane, dove le mani di altre Fate li avrebbero curati e custoditi, finché non fosse sbocciata una famiglia di fiori felici, capace di rendere più bello e gioioso il luogo solitario dove erano caduti. Altri imparavano a curare gli insetti feriti, le cui fragili zampette potevano essere spezzate anche da una leggera brezza e che, senza le mani delle Fate, sarebbero morti prima di aver trascorso metà della loro felice vita estiva. Alcuni imparavano come i dolci sogni potessero rallegrare e confortare i cuori degli uomini, e come le parole d’amore sussurrate potessero salvare dalle cattive azioni coloro che avevano smarrito la retta via, come riempire i cuori dei giovani di pensieri gentili e sentimenti puri, affinché nessuna colpa potesse offuscare la bellezza del fiore umano; mentre altri, proprio come i bambini degli umani, imparavano l’alfabeto delle Fate. Così gli Elfi trovavano cari amici prendendosi cura di loro e dimostrando il loro amore, e nessun male poteva colpirli, perché coloro che avevano aiutato e protetto erano sempre pronti a vegliare su di loro per difenderli e salvarli.
Eva salutò i piccoli che, tra le foglie, sbirciavano la straniera e poi si mise ad ascoltare la lezione delle Fate. Tanti minuscoli Elfi stavano su una foglia larga, mentre l’insegnante, tra i petali di un fiore che si chinava accanto a loro, faceva delle domande che potevano interessare solo alle Fate.
“Scintilla, se nel calice di un fiore ci sono nove semi e il vento ne porta via cinque, quanti semi restano nel fiore?” “Quattro,” rispose la piccina.
“Bocciolo, se una Primula apre tre foglie in un giorno e quattro il giorno dopo, quante foglie rosa ci saranno quando il fiore sarà completamente sbocciato?”
“Sette,” cantò il piccolo Elfo.
“Campanula, se un baco da seta tesse un metro di stoffa delle Fate in un’ora, quanti metri ne tesserà in un giorno?”
“Dodici,” rispose la piccola Fata.
“Primula, dove si trova l’Isola delle Viole?”
“Nel Lago delle Onde.”
“Adesso, piccoletti,” disse la maestra, “potete iniziare a dipingere, così la nostra ospite potrà vedere come ripariamo i fiori che le mani degli uomini hanno ferito.”
Allora Eva vide come le Fate, su grandi foglie bianche, imparavano a imitare i colori più incantevoli e, con minuscoli pennelli, ravvivavano il rosso sulle guance dell’anemone, rendevano più intenso l’azzurro dell’occhio della viola e davano nuova luce alla primula dorata.
“Sei rimasta qui abbastanza a lungo,” dissero gli Elfi, “abbiamo tante cose da mostrarti. Adesso vieni a vedere il nostro lavoro più caro.”
Così Eva salutò i piccoli Elfi e si affrettò verso i cancelli insieme alla dolce Foglia-Rosa e qui vide delle schiere di Fate, avvolte in mantelli scuri. Con la bambina tra loro, volarono sopra colline e valli. Alcune andarono verso le casette tra le colline, altre sulla riva del mare per vegliare sugli umili pescatori, ma la piccola Foglia-Rosa e molte altre si diressero verso la rumorosa città.
Eva si chiedeva quale aiuto potessero mai dare i piccoli Elfi in un luogo così grande, ma presto lo scoprì. La schiera delle Fate si muoveva tra i poveri e gli emarginati, portando sogni rassicuranti ai malati e agli anziani, dolci e teneri pensieri d’amore e di bontà ai giovani, forza ai deboli e una paziente serenità ai poveri e agli abbandonati.
Allora la bambina smise di farsi domande, e sentì un amore ancora più forte per gli Elfi dal cuore tenero che avevano lasciato la loro dolce dimora per rallegrare e confortare coloro che non sapevano quali mani li avessero vestiti e nutriti, né quali cuori avessero dato loro parte della propria gioia portando tanta felicità nei loro cuori.
Rimasero a lungo e Eva scoprì molte cose. Alla fine chiese quando sarebbero tornati e loro risposero: “Il nostro lavoro non è ancora finito: come possiamo lasciare tanti cuori tristi, quando possiamo portar loro un po’ di gioia, e tante case al buio, quando possiamo illuminarle? Eva, dobbiamo fermarci ancora e tu potrai imparare ancora tanto.”
Poi entrarono in una stanza buia e deserta, dove trovarono una bambina pallida, dallo sguardo triste, che bagnava con le sue lacrime un fiore appassito.
“Ah,” sospirava la piccola, “era il mio unico amico, era tutto ciò che dava gioia alla mia triste vita e ora non c’è più.”
“Vedi,” dissero gli Elfi, “attraverso questo semplice fiore la bambina resterà innocente nonostante il male e il dolore che la circondano. L’amore per questo fiore la guiderà attraverso le tentazioni e il dolore, e lei sarà per i poveri e per chi soffre fonte di gioia e di consolazione.”
E così gli Elfi diedero nuova forza al fiore. Giorno dopo giorno, la bambina solitaria innaffiava i boccioli che si schiudevano, e il suo amore per gli amici invisibili, che le avevano donato qualcosa di prezioso da custodire nella sua casa silenziosa, diventava sempre più forte. Dolci e teneri pensieri riempivano il suo cuore.
Gli Elfi amorevoli le portavano dolci sogni durante la notte e pensieri gioiosi durante il giorno, e mentre cresceva nella sua bellezza infantile, restava pura e paziente in mezzo alla povertà e al dolore. L’amore che dedicava a quel tenero fiore manteneva il suo cuore semplice e luminoso ed era un esempio per coloro che la conoscevano. Presto la sua casa buia si riempì di cuori felici, che dalla dolce bambina imparavano a sopportare la povertà e il dolore come aveva fatto lei, a perdonare chi portava loro affanni e offese e a cercare la felicità nei semplici gesti di carità e d’amore.
“Il nostro lavoro è finito,” sussurrarono gli Elfi e volarono via verso altre case.
Le Fate fedeli andavano da tutti coloro che avevano bisogno di aiuto o di conforto; e quando alla fine tornarono nel Regno delle Fate, si lasciarono dietro tanti cuori felici e riconoscenti.
Poi nel cielo d’estate e sopra la terra in fiore, ritornarono al loro regno, più felici per la gioia che avevano donato e più sagge per il bene che avevano fatto.
Tutto il Regno delle Fate era adornato di fiori, e il vento leggero soffiava cantando. Una dolce musica risuonava nell’aria, e schiere di Elfi, nelle loro graziose vesti, si affrettavano verso il palazzo, dove era stata allestita la festa.
Presto la luminosa sala si riempì di volti sorridenti e figure graziose, e la piccola Eva, accanto alla Regina, pensava di non aver mai visto uno spettacolo così incantevole.
A lungo festeggiarono e cantarono, ed Eva, danzando tra loro con gioia, desiderava tanto essere una Fata.
Poi, posando la mano sui capelli lucenti della piccola Eva, la Regina disse:
“Cara bambina, domani dobbiamo riportarti a casa. Dolce Foglia-Rosa, tu veglierai sui fiori della piccola Eva e quando lei li guarderà penserà a te. Vieni ora, accompagnala nel giardino delle Fate e mostrale il nostro spettacolo più bello. Non piangere più, ma cerca di colmare di gioia le sue ultime ore con noi.”
Con carezze delicate e parole dolcissime, i teneri Elfi si raccolsero intorno alla bambina e, con Foglia-Rosa al suo fianco, la guidarono attraverso il palazzo e lungo sentieri verdi e tortuosi, finché Eva vide ciò che sembrava un muro di fiori innalzarsi davanti a lei, mentre l’aria si riempiva di profumi deliziosi e di una musica dolce e sommessa, simile al canto dei fiori.
“Dove mi avete portato e da dove arrivano questi suoni così belli?” domandò Eva.
“Guarda qui e lo scoprirai,” rispose Foglia-Rosa spostando i rampicanti, “ma ascolta in silenzio, altrimenti non riuscirai a sentire”
Allora Eva, guardando attraverso i tralci pendenti, vide un giardino pieno di fiori incantevoli. Per quanto fossero splendidi tutti i fiori che aveva visto nel Paese delle Fate, nessuno era bello come quelli.
“Quanto sono meravigliosi,” sussurrò Eva, “ma, cara Foglia-Rosa, perché li tenete qui, e perché questo è il vostro spettacolo più bello?”
“Guarda ancora e te lo dirò,” rispose la Fata.
Eva guardò e vide spuntare da ogni fiore una piccola figura che dava il benvenuto agli Elfi.
“Questi sono gli spiriti dei fiori, e questa è la Dimora delle Fate, dove i fiori che sulla terra avevano il cuore puro e pieno d’amore, quando la loro vita terrena è giunta al termine, vengono a sbocciare qui in una bellezza che non appassisce mai. Anche il fiore più semplice trova posto con noi, perché la bellezza esteriore non ha alcun valore se dentro non ci sono grazia e dolcezza. Vedi quello spirito così incantevole che canta insieme a mia sorella Luce-di-Luna? La sua casa era un fiore di trifoglio e viveva lì, sconosciuto e non amato; eppure era paziente e sereno e sopportava con animo lieto le sofferenze che gli venivano mandate. Guardavamo come quel fiore così semplice cresceva bello e con grazia, allora l’abbiamo portato qui con grande gioia, per farlo sbocciare insieme al giglio e alla rosa. La vita dei fiori è spesso breve, perché mani crudeli li distruggono. La nostra felicità è portarli qui, dove nessun piede distratto o vento invernale può ferirli e dove fioriscono serenamente, ricompensando le nostre cure con il loro amore e i loro profumi più soavi.”
“Non raccoglierò mai più un altro fiore,” disse Eva; “ma lasciami andare da loro, cara Fata. Vorrei tanto conoscere quei bellissimi spiriti e chiedere scusa per il dolore che ho causato. Posso entrare?”
“Cara Eva, sei una bambina umana e qui non puoi entrare; ma io racconterò loro della gentile fanciulla che ha imparato ad amarli, e ti ricorderanno quando te ne sarai andata. Ora vieni, perché hai visto abbastanza e dobbiamo andar via.”
Su una nuvola rosa del mattino, circondata dagli amorevoli Elfi, Eva attraversò il cielo luminoso. Il vento fresco li trasportava dolcemente e presto si ritrovarono di nuovo al ruscello, dove le onde danzavano vivaci per dar loro il benvenuto.
“Ora dobbiamo salutarci,” disse la Regina. “Dimmi, cara Eva, quale dono delle Fate ti renderebbe più felice e sarà tuo.”
“Voi, care piccole Fate,” disse Eva, stringendole tra le braccia, poiché non era più la piccola bambina che era stata nel Paese delle Fate. “Voi, cari piccoli Elfi, che cosa potrei mai chiedervi, voi che avete fatto tanto per rendermi felice e mi avete dato tanti utili e preziosi insegnamenti che ricorderò per sempre? Posso solo chiedervi di darmi la forza di essere pura e gentile come voi, tenera e amorevole verso i deboli e i sofferenti, instancabile nel fare del bene a tutti. Concedetemi questo dono e vedrete che la piccola Eva non dimenticherà mai ciò che le avete insegnato.”
“Questa forza sarà tua, ”risposero gli Elfi, e appoggiarono le loro mani delicate sulla sua testa. “Ci prenderemo cura di te nei sogni e, quando vorrai avere nostre notizie, chiedi ai fiori del tuo giardino e loro ti diranno tutto quello che vorrai sapere. Addio. Ricordati del Regno delle Fate e di tutti i tuoi cari amici.”
Foglia-Rosa le pose una corona di fiori sul capo, sussurrando dolcemente: “Quando vorrai tornare di nuovo da noi, fermati in riva al ruscello e agita questa nell’aria, e saremo felici di portarti ancora una volta nella nostra casa. Addio, cara Eva. Quando sarai tra i fiori, pensa alla tua piccola Foglia-Rosa.”
Eva rimase a lungo a guardare le loro ali splendenti e ad ascoltare le loro voci che cantavano mentre volavano verso casa. Quando, alla fine, l’ultima piccola figura era scomparsa tra le nuvole, si accorse che intorno a lei, là dove erano stati gli Elfi, erano sbocciati i fiori più belli e la riva del ruscello era diventata un giardino in fiore.
Rimase lì tra i fiori ondeggianti, con la ghirlanda delle Fate tra i capelli e il cuore pieno di felicità, più buona e più saggia dopo la sua visita nel Paese delle Fate.
